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AR CORE


AR CORE POLITICO PERSONALE Istante 1 – L’imprudenza utile (sarebbe bastato anche soltanto questo) Ora che inverni alternano a inverni come uno statico vuoto apparente ora che immobile e in pieno giorno resto sospeso tra il niente e il niente Eggià! Un bel parto. Preceduto da un lungo travaglio. Da tempo si discuteva/progettava quello che sarebbe stato il “nostro disco dei 20 anni”, qualcosa che avrebbe caratterizzato non soltanto questo nostro tempo ma che, in un certo qual modo, potesse anche riassumerne o sintetizzarne l’anima più che il passaggio. Qualcosa che si doveva fare, in ogni caso. Senza avere poi così chiaro il punto da cui partire. E come quando cominci a sentire (in pancia più che in testa) le ragioni di un dovere o di un bisogno impellente, facilmente (magari senza volerlo) sei il primo a trasgredirne o a disattenderne tempi e maniere. In questo senso - partire - è stato particolarmente faticoso. Capire cioè per chi questo bisogno risultasse realmente un bisogno più che una registrazione di un disco. Mettere in piedi un progetto del genere, più o meno abbozzato ma ancora senza una forma precisa, partendo da alcuni pezzi forse una decina (o meglio basi strumentali) e nient’altro. Già. Non rappresentava certo il miglior auspicio possibile per concretizzare l’idea del “nostro disco dei 20 anni”. Ma con il senno di poi credo che l’intensità o forse la chiarezza di Politico personale rispetto a qualche altro nostro lavoro precedente, stia proprio in tutto ciò che si è andato a definire strada facendo, o a quanto non si era messo in conto e che dunque ci ha sorpreso. E lo continua a fare. Solitamente registri quando hai tutto pronto, pezzi e voci, o quasi. Qui invece siamo partiti imprudenti. Qualche base e il bisogno di farlo. L’imprudenza utile. Teo ha registrato la batteria qualche giorno prima di partire per le Canarie dove avrebbe svernato alcuni mesi, in modo che poi gli altri potessero iniziare la parte strumentale. Da un’idea di dieci dodici pezzi, siamo arrivati a quelli del disco coinvolgendo al volo anche Michele ed Enrico (batteria e chitarra per lungo tempo in passato nei Contrasto) nella composizione/registrazione di altri 4 nuovi pezzi, così come divers* compagn* che hanno partecipato portando altre idee. Un disco liquido, dinamico. Io (poi) mi ero imposto da un po’ di tempo di non scrivere più testi. O per lo meno di non farlo fino a quando l’idea di questo disco non avesse cominciato ad assumere una sembianza certa. Diciamo “sicura”. Il mio bisogno in tal senso era così intenso che l’idea di metter giù parole per poi lasciarle galleggiare nel limbo del “prima o poi” mi sembrava innanzi tutto un tradimento all’intenzione. Un tradimento all’espressione e alla sua urgenza emotiva. Ho completato i testi e buona parte degli scritti in solitudine mentre gli altri rifinivano le basi strumentali da cui eravamo partiti e i pezzi che nel frattempo si erano aggiunti al progetto. Canticchiando e riprovando ritornelli in farsetto, di sera, alla luce fioca di un autunno-inverno depresso ma vivo. Con le parole incastrate alle parole e a tutto il tempo dietro/dentro. I libri colorati tutt’attorno, cornice infusa. E i gatti (sempre loro) acciambellati e caldi sulle cosce, per completare il disco o per dar senso al senso dell’attesa. Avrei continuato a scrivere chissà quanti altri pezzi, poi. In questo modo e in quella stanza. E per come l’ho vissuto, credo, sarebbe bastato anche soltanto questo. Politico personale. Ne abbiamo ascoltato per la prima volta la resa strumenti/voce soltanto mentre lo registravamo. L’impellenza utile. E pure questo, con quanto l’improvvisazione lascia a chi la voce poi non sa come giostrala o quasi, ha impresso involontariamente al disco quell’impasto che a programmare tutto prima (forse) non avremmo mai trovato. Così è andata pressappoco quest’ultima bella fatica. E infatti più che il “nostro disco dei 20 anni” ci abbiam messo dietro/dentro anche tutto il resto. O per fortuna, forse. Istante 2 – Un’ottima intuizione E quel che resta è un'intenzione o un'ennesima bandiera che già il vento soffia ancora sì! ma è una nera primavera … Credo avremmo potuto intitolare ogni singolo pezzo del disco in quel modo. Così come l’accostamento sequenziale delle parole “politico personale” riesce ad esprimere, in un bel connubio fonetico, quanto in ogni nostro disco (e dunque anche in questo) si è lasciato (s)correre tra/oltre le parole e i loro accordi. L’accezione al quotidiano resta una volontà politica e personale, talora implicita. Così come l’espressione di un rapporto/relazione, ciò che senti o vivi. Rinunce comprese. Mi è sembrato il giusto titolo per questo progetto. L’ultima pennellata quando la tavola non è più in bozza, ma un buon ritratto. E il pezzo omonimo poi, sin da quando alle prove Tommo l’ha spiattellato nei suoi riff - come a dire - a sangue caldo…beh! c’era già tutto dentro. Poche note, pochi accordi, pochi cazzi. Così semplice. Così empatico. Così essenziale e malinconico. Così politico e personale. La copertina è stata un’ottima intuizione di Stiv e della Manu. Una valigia quasi pronta e quel che in poco tempo (nel tempo che sarà) può tornarti utile. Anche qua. Pochi panni, pochi dettagli, pochi mazzi. Un’evocazione degli anni in cui ci hanno provato veramente. Un’immagine cui cari amici hanno contribuito a dar forma allestendo/selezionando i singoli oggetti, fotografandoli, cercando un insieme coerente rispetto al contenuto delle tracce che ne avrebbero solcato il vinile. Ti dico, l’idea in sé mi pareva un azzardo grafico, forse non mi piaceva neppure troppo quasi quanto i primi scatti e quella luce mesta. Poi, prova dopo prova, sedimentandone visivamente il significato, ci siamo resi conto che sì! era lei. Istante 3 – Come schiavi di un impero virtuale Nuove fabbriche nuovi coloni per imporre una lingua attrattiva nuovi codici nuovi padroni per imporre una lingua inerziale … No, nessun fraintendimento. Ma tu che pensi? Mi è difficile rispondere perché il rischio è quello di generalizzare un discorso più articolato e serio oppure a conti fatti scrivere di tecnologia tout-court. In Credere obbedire crepare a testa in giù riporto nel testo quanto mi ha colpito o fatto leva a sensazioni e pelle subito dopo aver letto l’Impero virtuale di Renato Curcio, un libro edito da Sensibili alle Foglie. E Curcio è stato uno tra i primi cui ho sentito il bisogno di spedire una copia di Politico personale. Mi è parso un testo ricco di analisi fondamentali e stimolanti su tecno-capitalismo, economia nello sviluppo e mondo del lavoro. Deduzioni di confronto esperienziale chiaramente estendibili anche al rapporto uomo/macchina/comunicazione come poi nel testo in questione ho cercato di riassumere a mio modo. O meglio, focalizzare. Viviamo a testa china e sguardo basso, retroilluminati da display, emoticon, app, link, chat o come minchia il neo-linguaggio aggiorna e deraglia. Cerchiamo costantemente punti di ricarica non soltanto per le batterie del cellulare. Per non andare in ansia, per non sentirci scarichi. Conviviamo, ci relazioniamo, domandiamo, cerchiamo, costruiamo questo tempo attraverso schermi, tendine, files e finestre a buona risoluzione/pixel, con disponibilità di giga e ram. Viviamo con fragilità emotiva un messaggio non ricevuto/corrisposto nell’immediato, un telefono spento o quasi scarico, abituati/istruiti/progettati al “tutto e adesso”. Viviamo una realtà mediata dalla rete basata esclusivamente sui consensi di ritorno. Ma soprattutto percepiamo la convinzione che ogni esigenza sia istantaneamente possibile/accessibile/fruibile/assunta al vero. Demandiamo continuamente il senso dell’agire all’insindacabile giudizio web-referenziato. Una realtà mistificata da relazioni atone. Empatia, curiosità, stupore, senso dell’attesa, gratificazione, fantasia, volontà, scelta, noia. Sensazioni inaridite, disattivate. Non sto qua a dire “era meglio, era peggio” come banalmente spesso si fa’ paragonando un tempo di vita ad un altro. Intendi questo? Gli anni in cui sono cresciuto da ragazzo rispetto alle dinamiche instaurate nel/dal contesto attuale? Era semplicemente differente. Tutto qui. Era semplicemente differente e continua ad esserlo per chi, presumo come me, abbia vissuto altre abitudini, altre modalità, altri filtri emotivi rispetto a un piano di crescita e ai conseguenti rapporti sociali su quello innestati. Sono nato e cresciuto in anni in cui nemmeno potevamo immaginare tutto questo. Internet, il cellulare in tasca. Il mondo addosso. Ci accordavamo comunque, ci sentivamo comunque, ci aggregavamo comunque. Guardarsi in faccia, trovarsi al parchetto, in cortile o in strada. Il calcetto sul vecchio campo in cemento delle elementari usando per porta il supporto ai canestri. Pedalare per ore senza meta, in quartiere, con la vecchia Graziella arancione e il quel parafanghi ammaccato che spesso strisciava sulla ruota davanti. E’ stato per anni l’unico modo possibile per connettersi e per mettersi in rete. Probabilmente chi ci è nato dentro vive e utilizza questa microtecnologia come il proprio “unico modo possibile”. Personalmente ne continuo a percepire più la solitudine indotta o ciò che millanta, rispetto all’utilità comunicativa/percettiva che parossisticamente dovrebbe elargire. Eppure ne dispenso, la utilizzo. Mi manca e mi semplifica, a tratti. Sentirsi in perenne contatto col mondo attraverso un monitor di pochi pollici in cui ci si perde spesso il tono di una voce, e si riducono gestualità, pause, respiro, sguardi e insomma la sfumatura di una personalità. Beh. Credo in qualche modo scemi la realtà o ne riduca il contenuto. O ne dia comunque una percezione scollegati. Nulla di paragonabile, a mio conto, rispetto all’esplosione sensoriale (vitale, assoluta) che l’attraversare in solitudine la Piana delle Felci, l’antica caldera vulcanica dell’isola di Alicudi, mi riconsegna ogni volta già nel primo strato di pelle. Dentro/fuori/tutt’attorno. Per come basta. O forse è semplicemente la ragione per cui da oltre 30 anni raccolgo/conservo/curo/archivio vecchi dischi, vecchie cassette, vecchie fanzine. E scritti, opuscoli, appunti di viaggio, fogli o libri ingialliti, manifesti e locandine. Fotografie e disegni. Una macchina da scrivere Lettera 22. E un vecchio ciclostile. Un fucile di legno per scagliare elastici a qualche metro. E tante rocce raccolte qua e là. Segni di carta, plastica, metallo, minerali. Le intenzioni di un tempo per come l’ho attraversato e mi ha attraversato. Come solo così (in quel tempo) era possibile immaginare, comporre, stampare. Portarsi avanti. Ma questo, questo è soltanto il mio punto di vi(s)ta. Istante 4 – E dunque? I puntini di sospensione … Come il possesso stona il senso del dovere, stona questa colazione amara mentre piove, stona l’inquietudine stona l’umore, stona l’orizzonte che non ci commuove Come i puntini di sospensione. O quelle pause essenziali. Quelle che cerchi e ti concedi, perché ti servono. E dunque? Niente di nuovo, in verità. In tutti i nostri dischi lunghi ci trovi pezzi strumentali o acustici o frammenti masticati/parlati. Pensati così o venuti così. Non ho mai nascosto le influenze decise che l’atmosfera, o meglio la scrittura, di Emidio “Mimì” Clementi e dei suoi Massimo Volume fin dai primi anni ‘90 hanno determinato/determinano in me. E poi in ogni progetto/intenzione o più semplicemente nell’approccio forma-sostanza che ha riguardato i Contrasto. E non solo. Politico Personale, rispetto a quanto già con Labile Istante di Vuoto (il progetto in acustico) in un certo senso coltiviamo, non poteva non esserne contaminato. Anzi, caratterizzato. Dopo l’uscita di Tornare ai resti, a distanza di tempo, Stiv mi parlò di “chiarezza” ripensando a quel disco. Mi è tornata a mente più volte quella parola semplice, rotonda. Chiarezza. Ripensando a quanto torna a galla tra gli umori del sentito, alle sensazioni evocate nel vivere altre esperienze affini, o attraverso quegli scambi casuali/ricercati dell’andare. E dunque, ancora? Ecco sì! La chiarezza. E’ con questa peculiare esigenza, un poco indotta un poco confluita al caso, che abbiamo trattato/sentito anche ciò che poi negli anni ne è seguito. O per lo meno, così ci abbiamo provato. Istante 5 – Certe scelte Saranno notti bellissime, saranno giorni migliori saranno tempi da vivere e intensi bagliori Tutto è una metafora calcistica. O una benedizione sonora. E anche papa Francesco dopo il duro Ratzinger pare sia stato coi Contrasto. Ma con piglio e tocco palla decisamente sudamericani. Credo sia l’asso di briscola che Stiv si gioca ogni volta in fase di missaggio, quando nell’empasse o nella fase satura del “non mi convince” all’improvviso serve una rifinitura. Di quelle decisive. L’assist che ti mette davanti al portiere e taglia tutta la difesa con la palla soltanto da angolare bene. E mica poco. Oppure è un’inconsapevole richiesta a mani giunte che a completamento di un disco poniamo all’altissimo, colui che veglia a cresta alta sui fondamenti del punk-hc, della sua scena impavida, per mezzo del suo più noto ed importante interlocutore in terra. Colpirne uno, colpirne cento. Potremmo ricordare il comandante gappista Visone (di cui si sente anche un frammento audio) o il sequestro Macchiarini del 3 marzo ’72 per conto delle nascenti BR. O di quanta vita a credito si possa percepire nel rileggere quelle gesta, nel riportarne una impercettibile scheggia tra le righe di un testo. In realtà però le ragioni incomprensibili di certi passaggi continuano a concentrasi nell’istante in cui mi trovo a urlare un ritornello stretto/costretto ad altre persone durante un concerto. O nella curiosità di ritorno che porta a scrivere una mail o ad intraprendere una chiacchierata veloce, nel frastuono di un’iniziativa condivisa o sdraiato sul divano dopo una giornata al lavoro. Lì, esattamente lì, continuo a ritrovare non soltanto il senso ma soprattutto il significato (la risposta) di quanto riportato anche in Colpirne uno, colpirne cento. Così come accade per tanti altri testi riletti o riascoltati tempo dopo, talvolta differentemente percepiti. E quindi in fondo credo di questo tratti il pezzo in questione. Di come ci sia voglia in fondo di condividerne una parte o di capirne un riferimento. O solo di urlarsi in faccia su un pavimento bagnato di birra da poco e passione da tanto. Di farne nostra una parte e di comprenderci in riferimento a quella. O forse di sentirne quanto attraverso la pelle diventa sedimento esclusivo di un momento, di un periodo, di una serata, di un incontro, di un abbraccio. O soltanto di noi stessi. Poco più di un mese fa, dopo un bellissimo concerto al Vecchio Son a Bologna, un ragazzo ci ha regalato un disegno che oggi tengo su una mensola a vista, in casa. Vi sono raffigurate diverse persone ed un cane, raccolte sotto un cielo di stelle, che sostengono uno striscione A-cerchiato in cui si legge ”saranno notti bellissime, saranno giorni migliori, saranno tempi da vivere e intensi bagliori”. Non ascolto punk hc - mi scrive - ma da amici, col vostro disco in sottofondo, ho iniziato a disegnare questo. E’ per voi. Cavoli, penso. Significativo. Ciò che basta. Ecco. Senza saperlo, mentre scrivevo quel testo un giorno di qualche anno fa, forse inconsciamente mi riferivo a sensazioni come queste. A quel disegno. A quel gesto semplice ed essenziale. Oppure confidavo inconsciamente in questi ritorni. Nell’eco di un disco ad esempio, sta ciò che ritrova la pulsione del tempo che passa, del tempo che resta. E anche di certe scelte. Scelte di vita. Istante 6 – L’importanza di non dimenticare Buone regole buona prassi, Carlos scrive “separazione”… scardinare questo apparato con metodo calma e dedizione Ciò che ci ha preceduto. Così almeno pare. Il terreno continua ad essere decisamente quello. E ci metterei pure Ultimi fuochi di resistenza, Risoluzioni strategiche o qualcos’altro che si percepisce meno diretto. Il punto è che scrivere qualcosa e ricercarne per così dire l’intensità causale o la sua intimità (quando anche scrivere un testo miscela in-volontariamente un po’ di ortodossia e metodo) significa semplicemente risentire di quanto/perché/come in quel momento ti sta influenzando. O magari graffiando lo stomaco. Che sia la pagina di un libro, una persona conosciuta, lo stato d’animo di un momento o il bisogno imminente di mettere in fila parole. E mi rendo conto che buona parte dei miei graffi li ritrovo già là, dove facilmente sento rifugio. Questo è quello che io cerco nei libri quando li apro, il pezzetto che è stato scritto per me. Che mi spiega qualcosa di me. Qualcosa che possedevo già sotto la pelle, ma che non sapevo dire. Scrive Erri De Luca. E così anche nei testi di questo disco, come in buona parte dei precedenti del resto, è sempre e comunque lo strumento parola a rievocare bisogni e urgenze, a riattualizzare sostanza o prospettiva di “riferimento”. A permetterci di ritrovare/ritrovarci in qualche pezzettino chissà dove o chissà come perso. Filtri emotivi condizionati, agganci. Come a dire che l’unico reale passaggio a ritroso, per lo meno nel mio tentativo di riferirmi a qualcosa o a qualcuno (me compreso) sta “soltanto” in quei tre o quattro passi che mi servono per prendere una spinta o una minima rincorsa. E che in tal senso è quindi necessario anche procedere all’indietro. Nell’importanza di non dimenticare. Non è semplice spiegarsi. In tutto ciò che posso eventualmente cogliere da un testo oppure percepire come riferimento diretto ad una sorta di “militanza di quegl’anni”. Perché il rischio, probabilmente, sta nell’andare a perderne in parte la prospettiva sull’imminente. O a confonderne modi e maniere con l’imminente stesso. In poche parole, l’unica ragione per cui posso averlo scritto. Anche quando il tempo e il “tornare a quei resti” caratterizzano e ossessionano, senza false righe, gran parte dei miei/nostri testi/scritti. E’ un po’ come quando incroci gli occhi vividi del vecchio Nullo, integerrimo compagno poeta e partigiano, mentre racconta di quei giorni, di quei tempi e di quelli che ne sono seguiti. Ma soprattutto di quanto, ar core pulsante, ancora se li sente forti dentro. Boom. Ecco! In qualche modo, in quel momento, stai già scrivendo Le battaglie lasciano segni e lo stai facendo innanzi tutto per una sorta di (in)consapevole urgenza emotiva. E non tanto per non dimenticare quelle gesta, quel coraggio o quel grande uomo che è Nullo. Nel retro copertina di un’importante raccolta di poesie e scritti su/di Belgrado Pedrini, edita qualche anno fa a Rovereto da Edizioni El Rùsac, l’amico Stecco scrive … la sua storia non va ristampata solo per raccontare le azioni compiute, bensì per far emergere il modo e i sentimenti con cui queste azioni venivano portate avanti. In tante vicende di compagni e compagne si trovano racconti emozionanti ed avventurosi ma, se rimangono solo nell’immaginario delle nostre letture, ecco che il senso delle loro gesta, il tramandare esperienze, diventa semplicemente letteratura. O semplicemente belle citazioni. Istante 7 – In un modo o nell’altro Mi racconti di quando ci avete provato, mi racconti di come ci avete provato di un autentico senso di lotta e di vita nei giorni più belli le battaglie lasciano segni, le parole solo sogni Mi piacerebbe concludere queste riflessioni, poco circostanziate e alquanto labili, con miserabile ma autentico affetto. Con quanto chiosa in un certo qual modo anche Politico personale. E ne segna l’epilogo formale. Parole sottratte ad uno scritto fondamentale dal titolo Correvo pensando ad Anna di Pasquale Abatangelo. Come quei libri (pochi ma vivi) che la dottrina militante punk-hc dovrebbe imporre in fasce ai futuri e alle future compagni. Eh sì! Esperienze quali quelle ripercorse in Un contadino nella metropoli di Prospero Gallinari o in Le tre libertà di Beppe Battaglia. E tanto altro, si intende. Per dire cosa? Pasquale appunta senza mezze retoriche o influenze di campo quanto ricorda di quegl’anni. Così. Ci sono momenti nella storia in cui si sta da una parte o dall’altra. Eravamo pronti ad accettare una nuova concezione del mondo. In tedesco si dice Weltanschauung. Me lo ha insegnato il professor Sceptulin. Ma non sono stati i libri a farmi cambiare vita. E’ stata la lotta. E’ stato l’incontro fra la mia lotta individuale, la lotta dei miei fratelli detenuti, e la lotta rivoluzionaria degli studenti e degli operai. Questa storia può ricominciare sempre. Chi va fino in fondo, chi combatte davvero il potere, tagliando senza paura i ponti dietro di sé, in un modo o nell’altro, si incontra. Istante 8 – Con miserabile autentico affetto Forse sarebbe stato meno facile, un colpo al petto un vuoto a perdere forse saresti stata meno fragile ed io meno depresso un po’ più complice alle radici di questa mia inquietudine un grigio svuota e riempie la solitudine Mica parole.

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Oggi: 23/04/2024

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