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POLITICO PERSONALE


INVERNO 2018 Siamo sempre qua. Fermi. Come le montagne. Nullo sorride gentile in questo pomeriggio di ricordi e castagne mentre Ornella si stringe al cancello di casa. Leggera. Pare ancora settembre. Briciole di pane secco. Vecchie scarpe. Rivoli e carraie. E le radici. Gli orti incolti. Grossi rami sospesi da terra. Poi. Quest’odore di legno ferito. Et capì tabac? C’è stato un tempo in cui è bastato vivere. E notti stellate, bellissime. Attorno a un fuoco. C’è stato un tempo di pane e barricate. Piombo. Morose. Grilli. Cazzuole. E lunghe attese. Il problema non era tanto uccidere il gerarca fascista o la spia fascista. Che aveva la sua importanza. Ma la ripercussione nell’opinione pubblica. Nori veste sobria e attraversa distratta il campo di fondo. Mentre Visone racconta di Porta Nuova, di Ather Capelli. Di Dante, di Bravin e di viale Mugello. Azioni determinate. Determinanti. Un autentico senso di lotta e di vita nei giorni più belli. C’è stato un tempo rapido. E un contadino nella metropoli. Così sei tornata a Bologna. Nella tua casa di San Vitale. Se mi dovesse accadere qualcosa pensate a mia figlia. Barbara. Laura. Elena. Mara. E tutte le altre. Con i timori e la gioia. E una corsa al sapore di vita. Le battaglie lasciano segni. Le parole solo sogni. C’è stato un tempo in cui è bastato vivere ogni storia di quel tempo. Ogni sguardo. Ogni respiro. Inciampandovi più volte. E vecchie mura di una scuola abbandonata. Come stai? Assassini. L’immagine è quella di un corteo, di un fiume in piena. Di un dito medio tra due sgherri e di Torino in poster. Di una ferita che rimargina in un sogno. Di lame e spranghe. Eppure. Ogni volta che la storia ha ripreso, ha sempre avuto un punto di comunicazione. Di relazione. E di continuità con quella che è stata la storia precedente. Non per un raccogliere piatto di ciò che era avvenuto. Che sarebbe quasi antistorico. Ma perché in un certo qual modo quelle esperienze e quelle realtà trasmettevano qualcosa. Ivan lascia parlare gli occhi mentre smonta e rimonta più volte una vecchia cassetta di Laura Pausini. Sembra una vela in rimessa la voce di Frank oggi a pranzo. Mentre parla sottile, guardando per terra. Tra un’onda ed un piatto di pasta. Come una scheggia di legno salato. E la stretta di polvere e sabbia su quel mare che a volte sospende il bisogno. Ogni giorno è uguale all’altro. Un tempo immobile. Un sonno ininterrotto. Giovanni scrive mentre le ore si perdono. Dilatano. Ingoiano freddo, sempre freddo. Anche quando l’aria si fa insopportabile e alle narici solo quest’odore. Con la voce che arrugginisce. C’è questo tempo ancora. E noi. Senza più alibi a vuoto. Parte di queste storie attraverso il respiro dei nostri giorni. Perché nel senso del quotidiano (nel senso del quotidiano) s’appoggia il carico di queste storie. Di queste persone. Si è fatta l’ora. Si è fatto il nostro tempo. AUTUNNO 1996 Ora che si è fatto silenzio. Ora che i mesi confondono. Fine estate al cemento di un anfiteatro incompiuto. La pelle, la parola e la voglia di reinventarsi. Qualcos’altro. C’è stato un tempo in cui è bastato viversi. Mettersi in gioco, curiosare. E provarci con sincerità. Cercandosi. Quasi poi senza saperlo. Quasi poi senza più un quasi. Ma voi ci state? Contrasto. Senza la K però. C’è stato un tempo in cui è bastato viversi. O ritrovarcisi in quel modo. Con i tempi che quel tempo ha consentito. E muovere. Ostinatamente muovere. Per riportare la parola alla parola. La parola all’intenzione. E tutto il resto dentro, addosso. Così. Che in fondo basta pure questo. E quella scusa, sempre quella. Tutto qua. Politico. Personale.

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Oggi: 27/05/2024

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